Tapparella

Ci sono due cose, nella vita, che quando si verificano ti fanno giurare solennemente che non le rifarai mai più.

La prima (per molti ma non per tutti) è l’ubriacatura: quando ti ritrovi a tu per tu con il cesso con un colorito verdognolo in volto e la testa che ruota in modo apparentemente indipendente dal resto del corpo, prometti a te stesso che la prossima volta ti fermi al quarto negroni. Poi ovviamente, non appena l’aspirina fa effetto, qualsiasi buon proposito si disperde nel nulla e il venerdì sera seguente, al massimo, dopo i quattro negroni che ti eri prefissato di bere, vai giù di mojito.

La seconda è il cibo cinese. Quando ordini, al ristorante o da asporto, sei tutto gasato e non vedi l’ora di avvolgere lo stomaco nel glutammato: antipasti a pioggia, primo, secondo, dolce. Tutto ha, ovviamente, lo stesso buffo retrogusto che si aggancia al palato come quel vago sentore di cetriolo presente in qualsiasi alimento McDonald, frullati compresi. Quando arrivi al gelato fritto sei pronto a scommettere il cappello che prima di rimettere piede in un ristorante cinese devono passare almeno due mesi. Illuso.

Ecco, cosa succede allora se dopo una cena cinese abbastanza importante ti viene la bella idea di scolarti un’intera bottiglia di grappa al bambù, due birre medie e mezza bottiglia di ribolla gialla (non necessariamente in quest’ordine, ma neanche in quello giusto)?

Nel mio caso, per dirne una, ti alzi dal tavolo in stato catatonico, paghi, realizzi che devi farti 5km in bicicletta per tornare a casa, ti abbassi per sganciare la catena della suddetta bici (errore numero uno), salti in sella e sfidi il traffico del venerdì sera pedalando. Mantieni una parvenza di lucidità agli incroci ma ti accorgi che il vero pericolo sono le macchine parcheggiate, perché tendi irrimediabilmente a centrarle tutte e, in quanto parcheggiate, non è presente un guidatore più sobrio di te che si sposta quando ti vede arrivare deciso come un ariete e inebetito come un ornitorinco.

Parcheggi la bici e ti abbassi, di nuovo, per agganciare la catena (errore numero due, fatale). Finalmente ti senti rilassato, al sicuro: il peggio che può succederti è sdraiarti sul prato condominiale e dormire nella speranza che non piova. Il corpo allenta la tensione ed è lì che la nausea ha il sopravvento: diverse rampe di scale ti separano dal tuo letto, dal tuo lavandino, dal tuo bagno. L’unico neurone attivo si mobilita per prendere una decisione: corro su fino a casa o mi accascio sul prato? Opti per la prima, raggiungi casa, apri, chiudi la porta (evvai, sono ancora lucido!), ti chiudi in bagno il tempo necessario per fare ciò che devi, ti lavi tre volte i denti senza successo sperando di riuscire a ottenere un alito sopportabile (per te stesso), bevi, dopodiché riesci persino a svestirti e infilarti nel letto (evvai, sono ancora lucido).

Ti addormenti come un pupo in 8,5 secondi netti, pregustando un sabato mattina all’insegna del sonno e della nullafacenza. Ti svegli alle otto del mattino urlando una bestemmia perché TI SEI DIMENTICATO DI ABBASSARE LA CAZZO DI TAPPARELLA prima di andare a dormire e se solo provi ad alzarti per chiuderla ti senti la testa pulsare in maniera insopportabile. Ovviamente, getti la spugna e provi a riaddormentarti, senza successo.

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