L’ombrello che uccide

Ciao, sono una didascalia!

Dopo due giorni di cielo grigio-nichilista, “finalmente” è giorno di pioggerella primaverile di poco conto sopra e dentro la bella Milano. E quando minaccia pioggia, il giovane, ma anche la “smetterò presto di essere segretaria”, così come il banchierino manager junior con le bretelle e lo studente che ha ancora la barba lunga perché non s’è aggiornato… be’, si diceva, tutta ‘sta gente si adegua seguendo due vie maestre: l’ombrellino da 5 Euro che detona al terzo utilizzo (non perché sia fatto male, ma perché funziona alla perfezione: è pensato per brillare in autonomia alla terza precipitazione da cui dovrebbe ripararti) o l’ombrello Magnusson che per dimensioni è comparabile unicamente ai parasole voltroniani dei bagni Azzurissimo di Piombino.

Il problema nasce con questi ultimi, perché c’è sempre qualcuno, che non esiteremo a etichettare come “stronzo”, dimentico del fatto che nel mondo non è solo. E dire che Mia Martini dovrebbe avergli imparato la lezione da tempo. Il stronzo, quindi, non si pone nemmeno il dubbio che camminare sulla banchina e su e giù dalle scale delle stazioni della metropolitana con l’ombrello stretto rigorosamente in senso parallelo al terreno possa arrecare fastidio. Così qualcuno (pochi a dire il vero) rischia di vedere frantumata l’ultima verginità rimastagli a disposizione, se gli camminano davanti. O la più semplice e deliziosa cavata di bulbo oculare se lo incrociano su e giù dalle scale.

I casi sono due: o sei totalmente idiota, o sei totalmente stronzo. La soluzione fortunatamente è una: aspettare che si avvicinino alla riga gialla. Poi attendere il primo treno utile.

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